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Notizie del 2010

16 ottobre 2010
Questione di prospettiva - Fra le tante statistiche che ogni mese ci mettono in allarme sulla pericolosità di circolare in bicicletta o a piedi, mentre le automobili diventano sempre piú sicure, aumentano le vittime fra i pedoni e i ciclisti, eccone una che sembra portarci una notizia positiva: il Ticino sta diventando il luogo ideale per il traffico lento! Ad affermarlo è una statistica internazionale pubblicata in Germania e ripresa dai media nostrani, nella quale si sono considerati i furti di biciclette. Secondo quanto si è potuto leggere nei giorni scorsi, il Ticino si piazza piuttosto bene nella classifica grazie a Lugano che, apparentemente, segna il minor numero di furti, mentre Berna è la città peggiore in Svizzera dal punto di vista della sicurezza, seguita da Basilea. Fra le nazioni considerate (Germania, Austria e Svizzera) la città con il maggior numero di furti è Münster.
Proviamo ora a leggere meglio e integralmente la notizia. La classifica tiene conto del numero di furti per abitante, ma non del numero di biciclette circolanti; in altre parole la statistica fornisce il paradossale risultato per cui minore è il tasso di diffusione delle biciclette in una città, migliore sarà la posizione di quella città nella classifica dei furti. Sarebbe insomma come dire che chi non ha soldi è meno soggetto al rischio di farsi derubare, quindi i suoi soldi sono piú al sicuro. Proprio perché non ne ha.
Ora, chiunque abbia visitato le città in questione si è reso conto che il numero di biciclette in circolazione a Lugano non è neanche lontanamente paragonabile a quello di città come Berna, Basilea eccetera, ed è ridicolmente basso rispetto alle città tedesche o austriache. Nasce quindi il sospetto che una classifica riveduta e corretta sulla base non tanto degli abitanti bensí dei veicoli a due ruote circolanti mostrerebbe una realtà ben diversa, con la città di Lugano sprofondata dove si merita, ossia fra le ultime posizioni in Europa. E si potrebbe anche dedurre che il rapporto fra il numero degli abitanti e l'uso delle biciclette per gli spostamenti in città è, dalle nostre parti, ancora molto lontano dalle cifre di una nazione che si vuole civilizzata e matura.
In tutto questo confuso viavai di cifre, il fatto che in Ticino neanche i ladri apprezzano la bicicletta è una magra consolazione!
Qui il testo della notizia (da Ticinonline dell'11 ottobre 2010)

24 giugno 2010
Le parole sono importanti - Dopo una primavera segnata da piogge che sembravano inesauribili è spuntata finalmente l'estate, e con il sole anche le associazioni ciclistiche si sono svegliate dal lungo letargo invernale. In un'intervista a Ticinonline il vicepresidente di Ticino cycling (Federazione ciclistica ticinese), riallacciandosi alla presa di posizione espressa qualche settimana fa dall'Associazione traffico e ambiente (ATA), confessa la sua preoccupazione circa la pericolosità del tratto stradale che da Camorino sale al passo del monte Ceneri, dove ai ciclisti è riservata una corsia delimitata dalla classica linea gialla tratteggiata.
Di quella famigerata strada si parla da anni: le corsie larghe permettono agli automobilisti di superarsi con agio ma invogliano a correre oltre i lmiti di velocità consentiti, sia in discesa sia in salita, e i veicoli piú lenti (ma non solo quelli) invadono senza remore la corsia ciclabile un po' per dare spazio ai "corridori", un po' per motivi che solo loro conoscono (a destra c'è piú campo?). L'accidentale presenza di ciclisti non rientra fra le eventualità da loro considerate.
A differenza dell'ATA, che aveva invocato la pura e semplice chiusura della corsia ciclabile - scelta drastica ma condivisibile, accogliendo la quale i responsabili della viabilità avrebbero dichiarato la loro incapacità a gestire il settore di loro competenza - il rappresentante di Ticino cycling assume una posizione piú sfumata chiedendo che la linea gialla sia "perlomeno continua" e che si posi un guard rail "in certe parti del percorso"; i toni diventano perentori con l'affermazione "faremo di tutto per convincere il Cantone a modificare la segnaletica". Insomma: alza la voce per esigere provvedimenti che tuttavia paiono di scarsa efficacia. Quando mai una linea colorata ha protetto un ciclista da una tonnellata di metallo lanciata a 100 km/h contro di lui?
L'intervista sfiora il ridicolo quando si legge che "gli stessi ciclisti possono diventare pericolosi": in che modo? Intralciando la circolazione come quelle carogne di animali che a volte capita di incontrare (e di dover schivare) in autostrada? Il solo commento possibile è quello del giornalista, che in chiusura di articolo scrive: "almeno per quest'anno il treno è perso". Suggerisco per il prossimo anno un letargo piú breve.
Qui il testo della notizia (da Ticinonline del 23 giugno 2010)

Post scriptum
Secondo quanto si legge sul sito web di Ticino cycling "il ciclismo è profondamente radicato in Ticino dove da decenni gode di un'enorme popolarità" e " l'intero territorio sembra essere stato appositamente creato per essere percorso in bicicletta": è un bello slogan pubblicitario (tant'è vero che la frase appare anche sul sito di Ticino turismo) ma piú che la constatazione di un dato di fatto si direbbe un auspicio - se non un pio desiderio - perché il Ticino è uno dei cantoni dove è piú difficile e pericoloso praticare il ciclismo a causa dell'inadeguatezza delle infrastrutture e delle difficoltà di convivenza fra ciclisti e automobilisti (essendo la "cultura ciclistica" dei ticinesi assai poco sviluppata).

14 aprile 2010
Il buco nero - Un altro morto. Ancora una volta la strada uccide un ciclista. Una buca ampia quanto l'intera corsia e lunga un paio di metri - una vera e propria voragine - è stata fatale a un uomo che percorreva quella strada in bicicletta e che probabilmente non si è accorto del pericolo cui andava incontro. Accade a Giubiasco, in una zona poco battuta dalle automobili ma molto frequentata dai ciclisti perché poco oltre inizia una strada agricola ideale per ciclisti, pedoni, corridori e skaters (sebbene non sia completamente vietata al traffico). Non si tratta quindi di una pista ciclabile, come hanno scritto i media.
Ma è proprio corretto dire cosí, attribuire la responsabilità alla strada, come se fosse possibile portare la strada in tribunale e indurla a confessare il suo reato attribuendole una volontà propria da sostituire a quella degli uomini? Una volta tanto posso farmi un'idea di quanto è accaduto: conosco la strada perché vi passo spesso e proprio in bicicletta, e i notiziari multimediali hanno pubblicato fotografie e filmati relativi ai momenti immediatamente successivi all'incidente. Da quanto visto ho avuto l'impressione che un simile incidente non sarebbe mai potuto accadere a un'automobile perché la segnaletica era sufficientemente chiara (salvo circostanze particolari del tipo "automobilista completamente ubriaco" o "idiota"). Il discorso cambia però per i ciclisti: infatti niente indicava i lavori in corso a chi arrivasse in bicicletta dalla strada (ciclabile) dell'argine, né la buca stessa era delimitata, anzi si trovava proprio al di sotto del cavalcavia e quindi era nascosta dalla sua ombra. Inoltre non era per nulla difficile per un ciclista qualunque che fosse passato di lí superare i coni che segnalano i lavori in corso e restare sulla stessa corsia (quella di destra).
Ogni incidente è un incidente di troppo. A maggior ragione lo sono quelli che si sarebbe potuto evitare con un po' di buon senso. Eppure con l'arrivo della bella stagione si ripropone puntualmente la litania degli incidenti che vedono come vittime persone di ogni età (gli ultimi in ordine di tempo sono un bambino e un anziano) che circolano in bicicletta su strade pensate per l'uso esclusivo delle quattro ruote. Ognuno di quegli incidenti dovrebbe far scattare un campanello d'allarme, un dubbio, il pensiero che forse sarebbe il caso di cambiare qualcosa anche se ciò comporta un costo. Aree pedonali, piste ciclabili, zone a velocità limitata: in Ticino sono ancora bestemmie.
Qui il testo della notizia (da Ticinonews del 14 aprile 2010; immagini e filmato negli articoli correlati)

10 marzo 2010
Oggi anche io dò i numeri - Nei giorni scorsi il traffico su due ruote è tornato alla ribalta con due notize. La prima concerne la nuova tappa della realizzazione di una rete ciclabile in Ticino: dopo i venti milioni di franchi spesi per il percorso in Vallemaggia - totalmente inutile al 95% dei ticinesi che fanno uso della bicicletta per gli spostamenti quotidiani - ora si fa avanti il Luganese con un progetto da circa dieci milioni che vedrà la luce (forse) nel 2013 e che (forse) si rivelerà piú utile del precedente. Quando andrò in pensione (forse) ci sarà qualcosa anche nel Bellinzonese.
La seconda notizia arriva da Palazzo, dove dopo la triste serie di uccisioni sulle strisce pedonali avvenute nei primi mesi dell'anno ci si è resi conto che era giunto il momento di dire qualcosa (quanto al fare, si vedrà). La notizia presenta due risvolti: da una parte i responsabili politici, che insistono nel sottolineare che negli ultimi dieci anni la sicurezza stradale è migliorata; dall'altra le cifre ufficiali diffuse dalla Confederazione (Ufficio prevenzione incidenti), secondo le quali in Ticino la mortalità fra gli utenti deboli delle strade è doppia rispetto al resto della Svizzera; non che i responsabili cantonali della circolazione ne abbiano dato notizia: se non fosse stato per l'Associazione traffico e ambiente non lo avremmo mai saputo. In tale contesto appare piuttosto inquietante l'affermazione per cui il Cantone pensa di creare le condizioni affinché i passaggi pedonali diventino "un luogo idoneo e attrezzato correttamente" (sic): per logica deduzione oggi i passaggi pedonali non sono idonei né attrezzati, e il Cantone lo sa e lo riconosce.
Almeno una notizia rassicurante c'è: è stato deciso di eliminare dalle strade gran parte delle famigerate "strisce rosse"; certo, si poteva farlo prima e, certo, si potrebbe chiedere a chi ha voluto tracciarle di rispondere del suo insano gesto, ma accontentiamoci di questo bicchierino mezzo pieno.
In tutto ciò si riprende a parlare - ancora sottovoce - di alcune soluzioni semplici, persino banali, che fuori confine hanno dato ottimi risultati: allargare le cosiddette "zone 30" (ossia le aree in cui il limite massimo di velocità consentito è di 30 mk/h) e ridurre la segnaletica per ridurre i motivi di distrazione degli utenti della strada. Ritenuto che nei centri urbani la velocità media delle automobili è ampiamente inferiore ai 30 km/h, per capire a che punto siamo basta attraversare i principali centri cittadini del Cantone: zone 30 a Lugano nessuna, a Bellinzona (centro) nessuna, a Locarno nessuna. Ma cartelli in abbondanza.
Qui la documentazione sulla conferenza (dal sito ti.ch)
Opuscolo UPI sulle zone a 30 km/h (documento pdf; dal sito bpa.ch)

26 gennaio 2010
Siamo arrivati "uni"! - Riparte l'avventura di Bike to work, iniziativa svizzera che promuove l'uso della bicicletta per gli spotamenti quotidiani fra la casa e il luogo di lavoro e che di conseguenza si rivolge in modo particolare alle aziende private e pubbliche. Alla scorsa edizione hanno partecipato 1098 aziende e oltre 51 mila persone, che hanno percorso nel mese di giugno (il periodo in cui si svolge il concorso) quasi 8.2 milioni di chilometri, in pratica una distanza pari a oltre duecento volte il giro della Terra.
I numeri sono impressionanti, in positivo e in negativo: infatti la partecipazione ticinese a questo importante appuntamento per la mobilità dolce risulta ogni anno quasi nulla, cosí come è inesistente lo spazio che i media nostrani dànno all'evento. Nel 2009 i concorrenti ticinesi sono stati sette (ossia lo 0.6%), quando guardando alle dimensioni e alla popolazione del cantone ci si sarebbero aspettati almeno cinquanta iscritti; in altre parole, l'interesse che il Ticino riserva a questo tipo di iniziative è un decimo di quello del resto della Svizzera. Significativo anche i rapporto fra il numero di squadre iscritte quest'anno e nel 2009 (ogni azienda può iscrivere piú squadre): su un totale di quasi 13 mila squadre, quelle ticinesi sono state 58, cioè il 25% in meno dello scorso anno, mentre nelle altre regioni linguistiche si è registrato un aumento di iscrizioni del 10% (Svizzera tedesca) e addirittura del 32% (Romandia).
Siamo insomma ancora una volta il fanalino di coda, battuti anche da altri cantoni alpini (il Vallese aveva tredici aziende iscritte, i Grigioni quindici, Svitto sette), dato che chiude la bocca a chi giustifica l'antipatia dei ticinesi per la bicicletta con l'osticità del territorio (ma non mi pare che nel Locarnese o nel Mendrisiotto i ciclisti abbondino). Fra l'altro, brillano per assenza gli enti pubblici: solo il comune di Chiasso ha aderito all'iniziativa, mentre nella lista non figurano né uno solo degli altri comuni, né una scuola, né un altro ente pubblico, un ufficio o un servizio dell'Amministrazione cantonale, a dimostrazione che l'esempio viene dall'alto.
E se a dare l'esempio fossero proprio i rappresentanti scelti dai ticinesi? Dopo la giornata dedicata al calcio e quella dedicata allo sci sulle piste di una delle stazioni invernali nostrane, che dovrebbe servire anche come promozione turistica di aziende peraltro finora molto ben foraggiate con i soldi pubblici, si potrebbe pensare quanto meno a una giornata "a spasso in bicicletta" sulle strade ticinesi: sarebbe sicuramente piú rischiosa, ma anche molto meno costosa e servirebbe a far aprire gli occhi sulla realtà della nostra regione e su cosa significhi cercare di preservarla scegliendo di spostarsi tutti i giorni con un mezzo di trasporto sano e pulito.

14 aprile 2010
Aggiornamento - Chiuse le iscrizioni si tirano le somme: il Ticino partecipa a Bike to work con dieci aziende sulle oltre 1230 totali; in altre parole, la presenza ticinese non riesce a raggiungere nemmeno la vetta dell'1%. Onore alle dieci aziende e un velo di pietoso silenzio sul resto del cantone.

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Pagina aggiornata il 17 ottobre 2010 alle ore 21:00